Blockchain nel settore bancario italiano: nuove opportunità

Nel luglio 2024 Cassa Depositi e Prestiti ha emesso un’obbligazione digitale da 25 milioni di euro, interamente sottoscritta da Intesa Sanpaolo, con regolamento in giornata tramite l’infrastruttura TIPS Hash-Link della Banca d’Italia.

Quell’operazione ha segnato un punto di svolta concreto per la blockchain nel settore bancario italiano: non più solo sperimentazione, ma un titolo reale regolato in moneta di banca centrale. Da allora, il quadro normativo e tecnologico si è mosso rapidamente, aprendo interrogativi su cosa cambi davvero per gli istituti di credito e dove restino le zone d’ombra.

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La maggior parte delle analisi sulla blockchain bancaria si concentra su vantaggi generici (velocità, sicurezza, trasparenza). Il nodo tecnico più rilevante per le banche italiane, però, è un altro: come collegare un registro distribuito alle infrastrutture di pagamento in euro già operative.

La risposta della Banca d’Italia si chiama TIPS Hash-Link, una soluzione basata su API che non vincola gli istituti a una blockchain specifica. Il meccanismo funziona come un ponte: il titolo tokenizzato vive su un registro DLT, mentre il regolamento in euro passa attraverso TARGET Instant Payment Settlement, il sistema dell’Eurosistema per i pagamenti istantanei.

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L’aspetto che merita attenzione è la neutralità tecnologica. Una banca non deve costruire un’infrastruttura blockchain proprietaria né migrare integralmente i propri sistemi. Può collegare piattaforme di titoli tokenizzati ai canali di pagamento già attivi, riducendo la complessità di adozione.

Questo approccio si inserisce nelle sperimentazioni dell’Eurosistema e nel perimetro del Decreto FinTech italiano, che ha fornito la base giuridica per l’emissione CDP-Intesa Sanpaolo.

Professionista fintech italiana che interagisce con visualizzazione blockchain su pannello di vetro in ufficio creativo a Roma

Tokenizzazione di obbligazioni e titoli: il quadro normativo italiano

L’emissione CDP ha dimostrato che tokenizzare un’obbligazione in Italia è tecnicamente possibile e giuridicamente valido. I dati disponibili, però, non permettono di concludere che il quadro regolamentare sia completo.

Il Decreto FinTech ha creato uno spazio per la sperimentazione degli strumenti finanziari su registri distribuiti. In parallelo, l’imposta sostitutiva sulle obbligazioni digitali è stata disciplinata, un passaggio necessario per dare certezza fiscale agli emittenti.

Il punto critico riguarda il rapporto con il regolamento europeo MiCA. Gli strumenti finanziari tokenizzati restano fuori dall’ambito MiCA e continuano a ricadere nella disciplina MiFID II e nel regime prospetto, con l’aggiunta delle norme nazionali del Decreto FinTech. Questo genera una sovrapposizione normativa che le banche devono gestire caso per caso.

In sintesi, chi volesse emettere o distribuire titoli tokenizzati in Italia si trova di fronte a tre livelli di regolamentazione sovrapposti:

  • Il Decreto FinTech italiano, che autorizza l’emissione e la circolazione di strumenti finanziari digitali su DLT e ne definisce il trattamento fiscale
  • La disciplina MiFID II e il regime prospetto europeo, che si applicano integralmente perché MiCA non copre questi strumenti
  • Le regole nazionali di vigilanza e le disposizioni della Banca d’Italia sulle infrastrutture di regolamento, incluso il collegamento con TIPS Hash-Link

La complessità non è insormontabile, ma richiede competenze legali specifiche e un dialogo continuo con le autorità di vigilanza.

Progetto Pontes: cosa cambia per le banche italiane

Pontes è una soluzione di moneta di banca centrale on-chain sviluppata a livello di Eurosistema. Il progetto rappresenta l’evoluzione delle sperimentazioni condotte in ambito europeo, incluse quelle italiane con TIPS Hash-Link.

Pontes si propone come ponte tra registri DLT e moneta di banca centrale, con l’obiettivo di rendere il regolamento di titoli digitali interoperabile tra i diversi paesi dell’area euro. Per le banche italiane, questo apre una prospettiva concreta: un titolo tokenizzato emesso in Italia potrebbe essere regolato e scambiato con controparti europee senza infrastrutture bilaterali ad hoc.

I risvolti pratici, al momento, restano da verificare. Pontes è ancora in fase di sviluppo, e le banche che intendono partecipare devono adeguare i propri sistemi interni. I costi di integrazione e i tempi di adattamento non sono ancora quantificabili con precisione, e i primi riscontri dal mercato divergono sulla rapidità con cui gli istituti di medie dimensioni potranno effettivamente accedervi.

Team di professionisti bancari italiani che discutono opportunità blockchain in sala riunioni elegante

Blockchain nel settore bancario italiano: limiti aperti e nodi irrisolti

L’adozione della blockchain da parte delle banche italiane non è più una questione di principio. La procedura Spunta ha già dimostrato che la riconciliazione interbancaria su DLT funziona su larga scala, coinvolgendo numerosi istituti nel processo di verifica dei conti reciproci.

I nodi aperti riguardano piuttosto la fase successiva. L’interoperabilità tra blockchain diverse, la gestione dell’identità digitale (KYC) su registri distribuiti e la scalabilità dei volumi transazionali restano aree in cui i ritorni operativi non sono ancora dimostrati con dati consolidati.

C’è poi la questione culturale. La familiarità con il termine “blockchain” è più diffusa di quanto lo sia la comprensione del suo funzionamento tecnico. Questa asimmetria si riflette anche all’interno degli istituti bancari, dove i livelli decisionali non sempre dispongono delle competenze per valutare i progetti DLT.

Il settore bancario italiano si trova quindi in una posizione intermedia: ha un’infrastruttura nazionale funzionante (Spunta e TIPS Hash-Link), un quadro normativo in costruzione (Decreto FinTech, fiscalità delle obbligazioni digitali) e un’infrastruttura europea in fase di sviluppo (Pontes). Ciò che manca è la massa critica di operazioni reali, al di là delle emissioni pilota, per misurare l’impatto effettivo su costi, ricavi e modelli di servizio.

Il passaggio dalla sperimentazione all’adozione su scala dipenderà dalla capacità degli istituti di gestire simultaneamente la sovrapposizione normativa, l’integrazione tecnica e la formazione interna, tre variabili che nessuna singola tecnologia può risolvere da sola.

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