Il regime forfettario resta il canale fiscale più utilizzato da chi apre una partita IVA individuale in Italia, pensionati compresi. Nel 2026 la soglia di reddito da lavoro dipendente o pensione che consente l’accesso è confermata a 35.000 euro lordi annui, prorogata dalla Legge di Bilancio. Eppure, dietro l’apparente semplicità dell’imposta sostitutiva, il nodo previdenziale merita un’analisi più attenta, soprattutto per chi è già titolare di un trattamento pensionistico.
Riduzione contributiva del 35%: chi può chiederla e chi resta escluso
La riduzione del 35% sui contributi INPS è il beneficio che attira maggiormente l’attenzione dei forfettari, ma il suo perimetro è più stretto di quanto si pensi. Riguarda esclusivamente gli iscritti alla Gestione artigiani e commercianti INPS, sulla base della disciplina introdotta dalla legge n. 190/2014 e chiarita dalla Circolare INPS n. 35 del 19 febbraio 2016.
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Chi esercita un’attività professionale senza cassa dedicata e versa i contributi alla Gestione Separata INPS non ha diritto a questa riduzione. Lo stesso vale per i liberi professionisti iscritti a casse previdenziali autonome (avvocati, ingegneri, medici, architetti): le regole contributive seguono i rispettivi regolamenti interni, indipendenti dal regime fiscale scelto.
- Artigiani e commercianti forfettari: possono presentare domanda all’INPS per ottenere la riduzione del 35% sui contributi dovuti, compresi quelli calcolati sul minimale di reddito.
- Professionisti in Gestione Separata: versano l’aliquota ordinaria prevista per la Gestione Separata, senza alcuna riduzione legata al forfettario.
- Iscritti a casse professionali: i contributi seguono le delibere della cassa di appartenenza, che può prevedere agevolazioni proprie ma non quella del 35%.
La confusione nasce dal fatto che molti articoli generalisti parlano di “riduzione per i forfettari” senza specificare la gestione previdenziale. Per un pensionato che riapre la partita IVA, capire dove versare i contributi è il primo passaggio da verificare con il proprio consulente.
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Contributi versati dopo la pensione: effetti reali sull’assegno
Un aspetto trascurato riguarda cosa succede ai contributi versati da chi è già in pensione. I contributi post-pensionamento non incrementano automaticamente l’assegno mensile. L’eventuale aumento passa attraverso due strumenti distinti: la pensione supplementare e il supplemento di pensione.
La pensione supplementare si configura quando i contributi versati nella nuova gestione non raggiungono i requisiti per un trattamento autonomo. Il supplemento di pensione, invece, integra la pensione già liquidata sulla base dei contributi aggiuntivi maturati nella stessa gestione.
In entrambi i casi, l’accesso non è automatico: occorre presentare domanda all’INPS e rispettare specifici requisiti temporali. Un pensionato che versa contributi alla Gestione Separata per un’attività di consulenza, ad esempio, potrebbe non vedere alcun riflesso sull’assegno per diversi anni.
Il rischio della riduzione del 35% sulla pensione futura
Per chi non è ancora pensionato ma lavora in regime forfettario come artigiano o commerciante, la riduzione del 35% abbassa i contributi effettivamente versati. Questo si traduce in un accredito pensionistico inferiore rispetto al regime contributivo ordinario, perché l’INPS calcola la pensione futura sulla base dei contributi realmente versati.
Il vantaggio di cassa immediato (pagare meno contributi ogni anno) ha un costo differito: una pensione più bassa al momento della liquidazione. Per gli iscritti alla Gestione artigiani e commercianti, l’accredito dei mesi di contribuzione è inoltre legato al rispetto del minimale contributivo. Con la riduzione del 35%, il minimale versato si abbassa e i mesi accreditati possono non coprire l’intero anno solare.
Soglia dei 35.000 euro lordi: calcolo e insidie per i pensionati nel 2026
La causa di esclusione dal regime forfettario legata al reddito da lavoro dipendente o pensione si basa sul reddito lordo percepito nell’anno precedente, non sull’importo netto accreditato sul conto corrente. Questo è il punto su cui si concentrano gli errori più frequenti.
Il reddito lordo da pensione include l’imponibile fiscale indicato nella Certificazione Unica rilasciata dall’INPS o dall’ente previdenziale. Non coincide con la somma dei bonifici ricevuti, perché le trattenute IRPEF e le addizionali riducono l’importo netto in modo significativo.
Un pensionato che percepisce un netto mensile apparentemente contenuto potrebbe avere un lordo annuo che supera la soglia. La verifica va fatta sulla CU dell’anno precedente, controllando il campo relativo al reddito imponibile complessivo da pensione. Se nel 2025 il lordo ha superato i 35.000 euro, nel 2026 non è possibile accedere al forfettario (o si decade se si era già dentro).
Cosa succede dal 2027
La soglia di 35.000 euro è stata prorogata per il 2026, ma non è strutturale. Le indicazioni disponibili non permettono di stabilire se verrà confermata anche per il 2027. Un pensionato che pianifica l’apertura di una partita IVA forfettaria dovrebbe tenere conto di questa incertezza normativa, soprattutto se il proprio reddito lordo da pensione si avvicina al limite.
Gestione Separata INPS e pensionati: aliquota ridotta e contribuzione effettiva
I pensionati già titolari di un trattamento pensionistico che aprono partita IVA e si iscrivono alla Gestione Separata INPS beneficiano di un’aliquota contributiva ridotta rispetto ai non pensionati. La differenza di aliquota riflette il fatto che il soggetto ha già maturato il diritto a una pensione.
Questa aliquota ridotta comporta però un accredito contributivo proporzionalmente più basso. I contributi alla Gestione Separata possono dare diritto alla pensione supplementare, ma solo al raggiungimento dell’età pensionabile prevista e con un minimo di contribuzione accreditata nella gestione stessa.
Per chi svolge attività professionale dopo il pensionamento, il calcolo costi-benefici non si limita al confronto tra imposta sostitutiva e IRPEF. La componente previdenziale incide in modo diretto sia sulla liquidità annuale sia sul trattamento futuro, e le due variabili si muovono in direzioni opposte.
La scelta tra chiedere la riduzione del 35% (dove applicabile) o versare l’aliquota piena dipende dall’orizzonte temporale e dalla composizione complessiva del reddito. Un’analisi limitata al risparmio fiscale immediato rischia di sottovalutare l’impatto sulla contribuzione previdenziale e, di conseguenza, sulle prestazioni INPS a cui si avrà accesso negli anni successivi.